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Grande capo; Il (Lars von Trier, 2006)

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Locandina
Per fare il capo ci vogliono fegato e determinazione; non si nasce, ne si improvvisa. Perché il mestiere non è facile giacché le decisioni difficili e le scelte impopolari sono all’ordine del giorno. Così, se qualcuno accetta il ruolo e le conseguenze dell’occupare un posto di potere e qualcun’altro vi si crogiola con godimento, c’è anche chi svicola, come Ravn (Peter Ganzler), direttore di un’azienda informatica danese che si inventa un fantomatico grande azionista, residente a Washington, su cui far ricadere le proprie responsabilità. Un escamotage per semplificarsi la vita e tale da permettergli di manipolare più facilmente i suoi grigi impiegati, almeno fino al giorno in cui si prospetta una fusione con una ditta islandese. Gli “odiati” cugini d’oltremare vogliono trattare solo con il grande capo, e non sentono ragioni. Ravn sarà dunque costretto a dare corpo concreto alla sua fantasia assoldando un attore spiantato, Kristoffer (Jens Albinus), per interpretarne il ruolo. E qui inizieranno i guai...
Anche questa volta Lars von Trier è riuscito a stupirci con un film intelligente e divertente, lontano dai capolavori cupi che gli hanno dato la fama, ma altrettanto incisivo, capace di portare finalmente allo scoperto quell’ ironia che si muoveva sotterranea in pellicole non certo esilaranti come Idioti (1998), e perfino Dogville (2003).
Non credo di esagerare se definisco Lars von Trier un “genio”. Anche in questo film utilizza uno stratagemma stilistico capace di eccitare i critici. Mi riferisco all’Automavision, un sistema messo a punto dallo stesso von Trier in cui la cinepresa si muove senza interventi da parte del regista, grazie ad un braccio robotico comandato da un computer in grado di cambiare le inquadrature in modo casuale. Ci si trova davanti a riprese ardite e prospettive bizzarre, ma anche a quelli che vengono definiti “errori”, visi tagliati e fuori quadro, sono all’ordine del giorno. L’esperimento è sicuramente interessante, anche se per ora è piuttosto consolatorio nel dimostrare, in fondo, l’insostituibilità dell’elemento umano.
Non dobbiamo dimenticare, infine, che Lars von Trier, grazie all’educazione molto liberale impartitagli dai genitori, ha sempre fatto in modo di portare avanti le proprie idee cinematografiche, ed è stato autore del movimento cinematografico “Dogma 95”, costituito da un esiguo numero di registi associati che rispettano un codice anti-hollywoodiano composto da diverse regole, tra le quali: Dancer in the Dark (2000) con la pop star islandese Björk, Catherine Deneuve e David Morse.

La scheda di Elisa Angelini

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