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Calandrino personaggio comico del Decameron di Giovanni Boccaccio (G. Boccaccio, Decameron, a c. di C. Segre, Mursia, Milano 1970)

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Giovanni Boccaccio, Decameron      Da che cosa nascono la risata e il comico, tanto adatti al modo di presentare i ragionamenti, a voce o per iscritto, che è proprio della natura umana?
       E’ difficile dirlo, ma certo la sorpresa e i rovesciamenti della beffa che intervengono in un dato tempo fanno nascere il comico che il lettore, o l’ascoltatore, gusta, anche per l’attesa che provoca.
       Decameron, il libro delle “Dieci giornate” è una poderosa raccolta di novelle (cento novelle), con una “cornice” costituita dall’avvicendarsi di “novellatori” (sette donne e tre uomini). Il punto di vista di cui Boccaccio informa i suoi novellatori è quello della cultura del suo tempo, medio-alta e permeata di  raffinati valori estetici, ma anche incline al gusto comico, popolare e popolareggiante, con novelle salaci che si rifanno alla trasmissione orale, oltrechè a quella scritta.
       Con il Decameron, Giovanni Boccaccio nel Trecento (1313-1375) , crea la prima prosa letteraria d’Europa che si abbia dopo l’antichità (E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Torino 1956, pp. 224-225). Il suo realismo, cioè la presa di coscienza di ciò che è nel quotidiano degli uomini, sospinge il grande scrittore ad un uso geniale del nuovo volgare che Dante aveva già usato in poesia.
       Bisogna aggiungere che il lettore del Decameron è colpito dalla mirabile capacità di dominare personaggi, situazioni, ambienti, quadri storici tra loro diversi, in modo che a ognuno di essi corrisponda un codice stilistico adeguato, condito da intelligente ironia.
       Calandrino, protagonista di tre novelle, è considerato il personaggio più comico del Decameron (F. Betti, Calandrino eroe sfortunato. Aspetti del realismo boccacciano, in “Italica”, LIV, 1977, pp. 512-520). Molto nota è la novella conosciuta come Calandrino e l’elitropia (elitropia era una pietra rosso scura, quasi nera), che si svolge nell’ottava giornata, quella delle beffe che gli uomini fanno alle lor mogli. (G. Boccaccio, Decameron, cit., giornata VIII, novella 3, pp. 478-486). Nella novella, per rovesciare i ruoli della vittima e dell’ingannatore, si parte dalla falsità dell’astuzia, e si fa leva sulla dabbenaggine, facendola passare come malizia.
       Calandrino, pittore della scuola fiorentina, è destinato a cadere nelle trappole degli amici Bruno e Buffalmacco, per la sua credulità di sciocco che non sospetta neanche di esserlo, ma anche per avidità, grettezza e malizia. Ed è proprio la malizia a configurare la beffa e ad assumere anche una funzione punitrice.
       Incentrata sulla fantasiosa idea della pietra elitropia con cui il giovane burlone Maso del Saggio fa sbalordire il sempliciotto che pensa subito al possibile uso fraudolento, la novella si sbizzarrisce nell’invenzione anche linguistica della vena comica, con deformazione dei vocaboli per renderne misterioso il significato e creare il consenso dell’ ignaro: Haccene più di millanta che tutta notte canta -dice Maso- per indicare il gran numero di miglia che ha percorso per giungere nella terra dei Baschi dove si trovano le pietre fatate.
       Ma la novella ha  il suo momento più comico nell’apparente rovesciamento della situazione della beffa, quando Buffalmacco dice la verità sulla fandonia della pietra fatata, e finge di credere che sia stato Calandrino a prendersi gioco di lui e dell’amico, mentre Calandrino che crede di averla trovata e di non essere visto, lo ascolta e si rafforza nella sua sciocca convinzione: Deh come egli ha ben fatto d’averci beffati e lasciati qui, poscia che noi fummo sì sciocchi che noi gli credemmo. Sappi! Chi sarebbe stato sì stolto [da credere]  che in Mugnone si dovesse trovare una così virtuosa pietra, altri che noi? ”, si lamenta Buffalmacco. Il rovesciamento della situazione è portato fino all’estremo, quando Calandrino deve rassicurare gli amici di non averli burlati: Compagni, non vi turbate, l’opera sta altrimenti che voi non pensate! Io, sventurato, avea quella pietra trovata. E  volete udire se io dico il vero? E gli amici, queste cose udendo, facevan vista di maravigliarsi forte, e spesso affermavano quello che Calandrino diceva, e avevano sì gran voglia di ridere che quasi scoppiavano. (F. Tateo,Giovanni Boccaccio, in Storia Generale della Letteratura Italiana, Milano 2004, vol. II, p. 529)
       Oltre agli amici, Bruno e Buffalmacco, anche la moglie di Calandrino, monna Tessa, è funzionale all’epilogo del racconto. Ella subisce la fiera battitura del marito che sfoga bestialmente la sua delusione, perché è colpa della donna (come egli pensa) se è svanito il sogno di felicità della pietra elitropia: le femine fanno perder la virtù ad ogni cosa. Infatti ella, con la sua sola presenza e il gretto buon senso, è nemica dei progetti di grandezza di Calandrino. (F. Tateo, op. cit., p. 522)
       Che dire della modernità della beffa? Per la sua raffinatezza, questo  meccanismo è solo in parte d’ attualità, in tempi in cui abbiamo solo notizie di beffe ben poco fantasiose, degenerate in rozzi inganni o in vere e proprie truffe con facile arricchimento a danno di vittime indifese.
 
Last Updated ( Friday, 22 August 2008 16:19 )  

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