Calandrino e l’elitropia Giovanni Boccaccio, Decameron, a c. di C. Segre, Mursia, Milano 1970, giornata VIII, novella 3, pp. 478-486.
Trascrizione di Maria Alberta Faggioli Saletti.
Del Decameron di Giovanni Boccaccio, scegliamo di leggere la novella nota come Calandrino e
l’elitropia che parte dalla falsità dell’ astuzia, e fa leva sulla dabbenaggine, facendola passare come malizia, per capovolgere i ruoli della vittima e dell’ingannatore.
La complessità della prosa di Boccaccio rende ardua la lettura del Decameron, di conseguenza si è scelto di “riscrivere” in un linguaggio più moderno numerosi passaggi, pur cercando di conservare certi aspetti arcaici e popolari della parlata toscana del grande scrittore (sono in corsivo le sue parole).
Nella città di Firenze dove, nel Trecento, giungeva sempre gente nuova, in cerca di fortuna, viveva un pittore chiamato Calandrino, uom semplice e di nuovi costumi.
Calandrino frequentava altri due pittori, Bruno e Buffalmacco che amavano prendersi gran festa della sua simplicità.
Nello stesso tempo, viveva in Firenze un altro tipo amante delle burle, il giovane Maso del Saggio il quale, avendo sentito parlare della simplicità di Calandrino, decise di architettare una beffa per divertirsi anche lui alle sue spalle.
Un mattino, trovatolo per caso nella chiesa di San Giovanni e vistolo intento a guardare gli affreschi e gli intagli del tabernacolo, messosi d’accordo con un suo compagno, si avvicinò a Calandrino e cominciò a ragionare delle virtù di diverse pietre, come se lui fosse stato un lapidario, cioè un esperto delle pietre preziose.
A quei “ragionamenti”, Calandrino stava a orecchie tese e infine si avvicinò a Maso del Saggio, per chiedergli dove mai si trovassero pietre così virtuose.
Maso rispose che quelle pietre di straordinaria virtù si trovavano nella terra di Berlinzone terra de’ baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi nella quale si legavano le viti con le salsicce e si aveva un’oca per un denaro e un papero per giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano gratuggiato sopra la quale stavan genti che facevano solo maccheroni, e ravioli da cuocere nel brodo di capponi e poi li gettavano giù, e chi più ne pigliava, più ne aveva; e lì vicino correva un fiumicello di vino senza un goccio d’acqua.
Calandrino, che ascoltava a bocca aperta, chiese dove si trovasse quel fortunato paese e, quando Maso, con viso fermo e senza ridere, spiegò che era lontano più di millanta (miglia) che tutta notte canta, esclamò: “Mi piacerebbe andarci e farmi una scorpacciata di quei ravioli e di quei maccheroni”; poi, con aria di complice, chiese se fosse possibile trovare qualcuna di quelle pietre virtuose attorno a Firenze senza impegnarsi in un lungo viaggio.
Maso spiegò che attorno a Firenze si potevano trovare due tipi di pietre straordinarie: i macigni di Settignano per fare le macine da mulino, e un secondo tipo chiamato dai lapidari elitropia, che, se uno lo porta con sé, gli altri non possono più vederlo dove non è.
Turbato, Calandrino chiese dove si poteva trovare questa pietra elitropia, e Maso gli spiegò gentilmente che si trovava lungo il letto in secca del Mugnone, un torrente vicino a Firenze. “E di che grossezza sono queste pietre, e quale colore hanno” chiese ansioso Calandrino. Maso spiegò, sempre gentilmente, che alcune erano più grosse e altre meno e che tutte quante erano pietre scure, quasi nere. Calandrino, facendo finta di non essere interessato alla cosa, con la scusa che aveva altro da fare, se ne andò, rimuginando, poi si precipitò a cercare i suoi due amici Bruno e Buffalmacco, per metterli a parte delle sue intenzioni.
Verso le tre del pomeriggio, in quel giorno rovente d’estate, li trovò che stavano lavorando come pittori in un convento di monache e, tutto sudato dal gran camminare sotto il sole, disse loro: “Compagni, quando voi vogliate credermi, noi possiamo divenire i più ricchi uomini di Firenze. Ho inteso da un uomo degno di fede che lungo il greto del Mugnone si può trovare una pietra straordinaria che rende invisibile chi se la porta addosso. A me parrebbe che noi senza alcuno indugio prima che altra persona vi andasse, andassimo a cercare. Noi la troveremo, perché io la conosco, e allora, resi così invisibili all’occhio di tutti, ce ne andremo alle tavole dei cambiatori di monete, sempre cariche di grossi e di fiorini, e prenderemo quanti noi ne vorremo. Non ci vedrà proprio nessuno, così diventeremo ricchi in un attimo e non dovremo più darci da fare per imbrattare chiese e conventi appiccicati su per i muri come lumache!”
Bruno e Buffalmacco, ridendo in cuor loro, e mostrando meraviglia, lodarono il progetto di Calandrino, e gli chiesero come questa pietra avesse nome.
Ma Calandrino, tutto preso dal suo grande progetto e dalla speranza, anzi dalla certezza, di diventare presto ricchissimo, aveva già scordato il nome della pietra miracolosa, così spiegò che l’importante era sapere che la pietra era quasi nera: si trattava di far presto, prima che altri venissero a sapere di questo straordinario segreto: che abbiam noi a far del nome, poi che noi sappiam la virtù? A me parrebbe che noi andassimo a cercar senza star più. (rima fra virtù e più)
Bruno, serio e compreso, disse che Calandrino aveva proprio ragione, ma che era meglio aspettare la domenica mattina all’alba, quando la gente se ne stava a casa, perché in molti avrebbero potuto capire cosa loro stavano cercando tra i sassi del Mugnone; quindi era meglio rimandare la ricerca appunto al giorno di festa.
Calandrino si adattò al desiderio degli amici e, dopo aver raccomandato loro questo segreto che gli era stato confidato con estrema riservatezza, se ne andò a casa dove attese la domenica con impazienza.
La domenica infatti “in sul far del dì”, Calandrino passò a chiamare gli amici, poi tutti e tre, dalla porta di San Gallo, si avviarono al Mugnone e cominciarono a camminare tra i sassi del greto, con Calandrino tutto agitato che precedeva i suoi due compagni, ansioso di essere il primo a trovare l’elitropia.
Bruno e Buffalmacco raccoglievano ogni tanto un ciottolo per far vedere il loro interessamento; ma Calandrino, inquieto e “volenteroso”, saltava di qua e di là, e raccoglieva tutti i sassi più scuri che si metteva in seno, nella camicia.
Dopo un po’ era già carico, allora sollevò i lembi dell’ampia veste che gli arrivava ai calcagni, e fissatili alla cintola, ne fece una gran sacca, poi, siccome anche quella non gli bastava più, fece un sacco con il mantello e finì di riempire di sassi anche quello.
Bruno e Buffalmacco, che se la ridevano, ad un certo punto, visto che si avvicinava il mezzogiorno, pur trovandosi pochi metri dietro a Calandrino, cominciarono a dire: Calandrino dove è? Buffalmacco, guardandosi attorno incalzava: Io non so, ma egli era pur poco fa qui dinanzi da noi. “Sì, poco fa! A me pare egli esser certo che è ora a casa a desinare”. Bruno, per rendere il discorso più credibile diceva: “ci ha lasciato nel farnetico d’andar cercando le pietre nere lungo il Mugnone! Deh come egli ha ben fatto d’averci beffati e lasciati qui , poscia che noi fummo sì sciocchi che noi gli credemmo. Sappi! Chi sarebbe stato sì stolto da credere che in Mugnone si dovesse trovare una così virtuosa pietra, altri che noi? ”, si lamentava Buffalmacco.
Calandrino, udendo queste parole, immaginò di aver trovato la pietra elitropia che lo rendeva invisibile ai due amici. Felice, decise di tornarsene a casa “senza dir loro alcuna cosa” e zitto zitto cominciò ad allontanarsi da Bruno e Buffalmacco che si guardavano attorno, facendo finta di essere smarriti e quasi arrabbiati.
Vedendo Calandrino che si allontanava in perfetto silenzio, Buffalmacco disse: “E noi che facciamo? Perché non ce ne andiamo?”. Bruno, fingendosi incollerito si mise a sbraitare: “Andiamocene; ma io giuro a Dio che Calandrino non riuscirà mai più a farmi uno scherzo simile. Anzi, se lo avessi qui, davanti a me, come c’è stato per tutta la mattinata, gli darei una sassata nei calcagni che si ricorderebbe forse un mese di questa beffa”. Intanto stese il braccio e scagliò il ciottolo nel calcagno a Calandrino, il quale, sentendo il duolo, levò alto il piè e cominciò a soffiare, ma pur si tacque e andò oltre.
Intanto Buffalmacco, recatosi in mano uno de’ ciottoli che raccolti avea, disse a Bruno: ‘Deh vedi il bel ciottolo: così giungesse subito nelle reni a Calandrino!’ E lasciatolo andare, gli diè con esso nelle reni una gran percossa. In breve, in questo modo, or con una parola e or con una altra su per lo Mugnone infino alla porta di San Gallo il vennero lapidando.”
Calandrino passò per la porta delle mura senza che i gabellieri, preavvertiti da Bruno e Buffalmacco, facessero un cenno e neppure le poche persone gli rivolgessero un saluto, per cui egli fu più che mai convinto che tra tutte quelle pietre che si portava addosso ci fosse veramente la miracolosa pietra elitropia che rende gli uomini invisibili.
Poi, tutto ansimante per la fatica e per la calura, arrivò davanti a casa, al Cantone delle Macine, senza incontrare nessuno, visto che era domenica e che quella era l’ora del pranzo. La fortuna era benigna alla beffa.
Aperto il portoncino si avviò affaticato, ma felice, su per la scala ripida, quando in cima comparve, alquanto turbata la moglie, monna Tessa, bella e valente donna: “Il diavolo ti riporta finalmente a casa, ma solo quando tutti hanno già pranzato!”.
Calandrino, rendendosi conto che veduto era, pieno di sdegno e di dispetto gridò:
Malvagia femina, tu mi hai rovinato, ma in fe’ di Dio io te ne pagherò, e salito in una sua saletta, scaricò sul pavimento le molte pietre che si portava addosso, poi si scagliò sulla moglie: presala per le trecce, la buttò in terra e la prese a calci e pugni pestandola tutta, nonostante ella chiedesse mercè con le mani in croce.
Nel frattempo, Bruno e Buffalmacco che se ne erano venuti per la strada di Calandrino, giunti davanti all’uscio di lui, sentirono la fiera battitura e lo chiamarono.
Calandrino, tutto sudato, rosso e affannato, li invitò a salire. I due, mostrandosi turbati, andarono di sopra e, vedendo in un angolo della sala piena di pietre, la donna scapigliata, stracciata, livida e rotta nel viso piangere dolorosamente, dissero: Che è questo, Calandrino? Vuoi tu murare, chè noi veggiamo qui tante pietre?; e oltre a questo soggiunsero: E monna Tessa che ha? E’ par che tu l’abbia battuta: che novelle son queste?
Calandrino, faticato dalle pietre e dalla rabbia, balbettò qualche parola incomprensibile e allora Buffalmacco, approfittando del suo ammutolimento, disse con aria seria e offesa: Calandrino, se tu avevi altra ira, tu non ci dovevi perciò straziare come fatto hai, perché, dopo averci convinti a cercare la pietra miracolosa, ci hai lasciati come due bestie giù per il greto del Mugnone. Noi ce la siamo presa proprio per male, ma questa, è garantito, è l’ultima volta che ce la fai!”
Calandrino, a queste parole rispose: “Compagni, non vi turbate, l’opera sta altrimenti che voi non pensate! (non dovete offendervi perché le cose sono andate in modo diverso da come pensate voi!) Io, sventurato, avea quella pietra trovata. E volete udire se io dico il vero? Pensate che io ero lì, a pochi passi da voi, quando vi chiedevate dove fossi scomparso, e quando cominciaste a venire avanti, io ho continuato a precedervi”, e raccontò loro ciò che avevano detto e fatto, e mostrò i segni sul calcagno e sulla schiena.
“Io vi dico che me ne sono venuto alla porta di San Gallo senza che nessuno mi vedesse, neanche i gabellieri che di solito vogliono vedere ogni cosa; e nemmeno per strada qualcuno mi ha detto una parola, proprio perché nessuno mi vedeva. Ma, giunto qui a casa, questo diavolo di questa femina maladetta, che è mia moglie, mi si parò dinanzi e mi vide, perchè le femine fanno perder la virtù ad ogni cosa. Io, che mi potevo dire il più fortunato uom di Firenze, sono rimasto il più sventurato. E’ per questo che l’ho tanto battuta quant’ io ho potuto menar le mani, e non so perché mi trattenga dal segarle le vene. Maledetta sia l’ora che io prima la vidi! E raccesosi nell’ ira, si voleva levare per tornare a batterla da capo.
Bruno e Buffalmacco, queste cose udendo, facevan vista di maravigliarsi forte, e spesso confermavano quello che lui diceva, mentre avevano sì gran voglia di ridere che quasi scoppiavano, ma poi, vedendolo ancora furioso, lo trattennero, spiegandogli che di queste cose, la donna aveva minor colpa di lui che sapea che le femine facevano perdere la virtù alle cose, e non le aveva detto che ella si guardasse d’apparirgli innanzi quel giorno.
E questo era il segno che Iddio lo aveva guidato a quel modo, o perché quella fortuna non doveva essere la sua, o forse perch’egli aveva in animo d’ ingannare i suoi compagni, ai quali doveva rivelare di aver trovato la pietra miracolosa.
E dopo molte parole, non senza gran fatica, la dolente donna riconciliata con essolui, e lasciandol malinconoso con la casa piena di pietre, si partirono.










