François Rabelais, Gargantua e Pantagruele, Torino, Einaudi, 2005, € 15,25 Difficile credere che un testo scritto cinque secoli fa sia ancora così divertente. Eppure leggere Gargantua e Pantagruele di François Rabelais è come partire per un lungo viaggio nel reale, deformato dalla penna salace dell’autore. Il registro narrativo, la lente deformante che compie tale operazione,
è quello del grottesco, che significa esagerare ogni aspetto della realtà, spingendosi all’estremo, sotto la spinta del fantastico che porta alla mostruosità. Ma è una mostruosità giullaresca, da fiera di paese, quelle stesse fiere che animavano le piazze francesi nel Cinquecento, e che Rabelais ben conosceva. Qui erano montati piccoli palchi per il teatro, in cui gli artisti itineranti mettevano in scena i misteri medioevali, le moralità e le farse.
Le piazze sono spesso scenari delle clamorose beffe messe in atto da Panurge e compagnia. Scriveva a questo proposito M. Bachtin (L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, 1965):
E’ difficile trovare nella letteratura mondiale un’altra opera che, come il romanzo di Rabelais, rifletta in modo più completo e profondo tutti gli aspetti della vita popolare e di piazza.
All’epoca di Rabelais il mondo gerarchico medioevale stava andando in rovina, e l’autore, con grande abilità, ha saputo infilarsi tra le pieghe di questo sfacelo, ridicolizzando la cultura delle Università, prendendosela con i pedanti e con i moralizzatori più severi, che predicavano moderazione e astinenza, nel cibo come nell’amore carnale.
Le avventure esilaranti e grottesche di Gargantua e poi di Pantagruele, Panurge e Fra’ Giovanni, si svolgono in città come Parigi o in erre misteriose, alle prese con campane rubate o salsicce da guerra, con gatti giganti e rocce come dadi. Insomma, un turbinare di personaggi irreali e di situazioni paradossali, sempre ottenute attraverso la deformazione del reale, che rende i viaggi dei nostri eroi assai divertenti e gustosi – non a caso ho usato questo termine – come le miriadi di cibi diversi e appetitosi che si incontrano tra le pagine del libro.
L’aspetto più esilarante dell’opera è tuttavia, l’uso dei linguaggi specifici delle discipline universitarie per prendersi gioco dei retori e dei professori stessi. Rabelais è maestro in quella figura che prende il nome di mésalliance, ovvero l’accostamento di parole che non provengono dal mondo delle arti, né da quello dei mestieri – appartengono al linguaggio “basso” – con epiteti che invece ne fanno parte. Il risultato è estremo e dissonante, come durante il botta e risposta tra Panurge e Fra’ Giovanni, avente come costante la parola “coglione” accompagnata da una miriade di epiteti, aggiunti per accumulazione, che rendono il dialogo spassosissimo.
Condannato più volte dalla censura, messo all’indice, questo libro è giunto egualmente a noi, e soltanto leggendolo con attenzione si può capire la grandezza dell’autore.










