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Montanari R., La coda dello scoiattolo, 2005

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Rita Montanari, La coda dello scoiattolo
       Rita Montanari, La coda dello scoiattolo, Bologna, Book Editore, 2005, pp. 80, € 11,00
       In una presentazione recente di questa raccolta di poesie, l’autrice ha ricordato le parole pronunciate da suo padre, rivolgendosi a lei bambina ed ai suoi fratelli maggiori, quando, d’estate, andavano nei boschi in cerca, appunto, di funghi; egli, infatti, vedendoli distratti e non attenti alle proprie spiegazioni o alla vista di qualcosa degno di nota, li ammoniva dicendo: “Se non state zitti, non vedrete nemmeno la coda dello scoiattolo! Perché, la natura ha bisogno di silenzio, vive nel silenzio!” (Comunicare. Le ragioni dello scrivere. La poesia come ponte… - 29 luglio 2008).
       Invero, la vita intesse nel silenzio e nel mistero gli innumerevoli fili e trame dell’umano destino, perennemente costretto tra materialità e spiritualità, tra la precarietà del quotidiano nostro terreno sentire e l’altrettanto terrena, quanto caparbia, tendenza al divino.
       E ancora, il tutto può essere esplicitato prendendo a prestito, come fa l’autrice, una frase tratta da Il libro dell’inquietudine, di Fernando Pessoa: “Noi non ci realizziamo mai. / Siamo due abissi: un pozzo che fissa il cielo
       Nondimeno, raccontare la propria storia o esperienza vissuta sotto forma di poesia significa, da sempre, non solo cercare di sfidare e, possibilmente, vincere la caducità della propria esistenza, ma soprattutto comprendere – nel senso etimologico di “prendere insieme” ed “abbracciare”, come, giustamente, viene ricordato da Alessandra Chiappini nella sua Prefazione a questa raccolta – il bisogno e il desiderio di dare ordine e senso a quanto accade, conservarne la memoria, creare un sentimento di appartenenza e di condivisione: è, quindi, a tutti gli effetti, una forma, forse la più alta, di conoscenza.
       Così, al pari di una trapunta patchwork, di un arazzo o di un mosaico, in cui, armonizzando, cucendo, ricamando o intessendo le diverse parti, si crea la continuità del disegno, i versi sparsi che abitano queste quarantasette poesie – a loro volta suddivise in quattro aree tematiche o, meglio, “sensoriali” e, per così dire, riassunte in una nota finale dell’autrice – danno vita ad un percorso di ricerca, di scoperta graduale del significato, ad una costruzione…
  L’ago del sole ricama sul muro / una trama di foglie leggera:
intarsia il bulino un gioiello di cielo / sfumato arabesco nascosto lassù… 
       In tali liriche, si intersecano presente, passato (T’infili anche oggi nel giorno/ nel tempo, nell’ora e ti vesti/ nei panni pazienti di ieri…) e speranze per il futuro (…negli occhi nei cuori dei figli…promesse del loro domani…), attraverso una serie infinita di temi e motivi ricorrenti (…tutto si ostina, anche l’amore / a fissarsi in un pensiero…), intimamente collegati tra loro - come la vita, la morte, l’amore, l’affetto paterno, materno, filiale, coniugale…la fede, la memoria, il sogno… -  per mezzo di ossimori, metafore e similitudini (Ecco s’è ritirata l’acqua / poi torna insistente / a lambire la riva. / Viene e va la malinconia / sul bordo dell’anima. / Così / in certi segnatempo di altri tempi…), rime alternate o baciate, che, inevitabilmente, finiscono per coinvolgere tutti i cinque sensi (Il sorriso di chi non vede,/ la parola immaginata nel silenzio,/ la musica suonata nell’anima,/ il gesto di chi non può parlare/ e altro che tu sai…), nonché una vastissima gamma di emozioni (Che cosa ti inquietasse quella sera… ancora ti domandi e non sai dire… Testa e cuore giocavano a bandiera…), fino alle corde più intime del cuore e dell’anima. Sì, perché:
Accade a volte… 
  come un silenzio di ciglia / che s’appoggia sulla guancia,
un soffio d’ala che ferma il respiro, 
  una piuma di memoria che s’infila / nell’orlo dell’anima scucito.
  …Non è niente e ti sorride / da infinite lontananze…
       A volte accade che un profumo, un odore, un sapore, evochi altro, evochi un ricordo, come succede, altresì, al protagonista dell’opera monumentale di Proust, Alla ricerca del tempo perduto, il quale riassapora, per la prima volta dopo molto tempo, un dolce, la “madeleine”, che gli riporta alla mente un intero periodo della sua vita, il mondo dell’infanzia e le care figure che ne facevano parte. Così, a partire da un’associazione fortuita o da un evento minimo e casuale (…Il tempo i minuti di oggi / graffiti cifrati in cammino…), è possibile cogliere con un unico sguardo, attraverso la memoria ed il ricordo, le incessanti trasformazioni alle quali lo scorrere del tempo sottopone fatti, persone e sentimenti, e, quindi, giungere a ricostruire il proprio passato e la propria vita (…ti chiama la fonte a cercare / la goccia del primo mattino).
       Appare evidente che anche le parole utilizzate e ricercate con cura da Rita Montanari divengono mezzo e fungono, allegoricamente, da ponte per veicolare, collegare e raccontare altro, come la presenza costante delle persone che non sono più con noi fisicamente, ma restano vive nei gesti – in tutti i nostri gesti quotidiani – e, soprattutto, nei cuori. Inoltre, risultano esemplari, a tal proposito, le liriche che la scrittrice ferrarese dedica alla madre:
Il bucato in terrazza sul fuoco, / l’odore nell’aria di casa / di buccia d’arancia essiccata, 
il ferro da stiro di ghisa, / la sedia di paglia intrecciata… 
e sogni bambini impagliati / di storie inventate o magari / nei ciocchi di legna bagnata. 
  Quanti giorni fatti sere / volati insieme alle preghiere.
  Se pure la notte sia scura / riaffiora al pensiero l’aurora…
       Infine, è opportuno dare rilievo e riconoscere, tra le altre, due immagini o, meglio, due grandi metafore dell’esistenza, che attraversano l’intera raccolta: in primo luogo, quella del treno, in quanto rappresentazione della vita, del viaggio, del nostro inquieto peregrinare, ed incarnazione, al contempo, della consapevolezza dell’incessante scorrere del tempo. Mentre, l’immagine ancestrale del pozzo, a cui si è fatto riferimento anche in precedenza, diviene sinonimo e simbolo di profondità, di ciò che c’è di più intimo in noi e nel mondo e che, quindi, va scavato ed esplorato, ma prestando sempre molta attenzione, in quanto forse questa è la terra degli abbagli…ed è ancora più:
oscuro il destino degli occhi / che cerca genziane nel mare / e in cielo le stelle marine. 
  A volte ti coglie il silenzio / smarrito sull’orlo del pozzo…
  Ma sempre una stella ostinata / ammicca al suo porto sublime /
e ti aspetta domani la sera / a cercarla dal fondo più scuro. 
       A quest’ultima metafora, in particolare, l’autrice dedica la breve, ma significativa, nota conclusiva posta al termine del volume ed esplicativa di tutta la sua poetica, in cui la stessa narra di come un giorno, ospite in un giardino di amici, le sia riaffiorata ad un tratto – da chi sa quali lontananze – l’improvvisa, quanto irresistibile, predilezione, coltivata sin dall’infanzia, per i pozzi, nonché la forte curiosità di scrutarne il fondo, accompagnata da un ricordo nitido e felice, legato al cortile della casa della sua bisnonna paterna. A quel tempo ed ai suoi occhi infantili, ignari delle leggi fisiche, sembrava impossibile – affacciandosi, appunto, al pozzo – che il cielo azzurro o bianco di nuvole andasse a finire laggiù in un cerchio buio. Ed anche una volta riconosciuta l’ingannevole impressione, ella restava meravigliata e confusa, non sapendo spiegare perché tra il cielo e il fondo della terra vi fosse tanta differenza di colore, ma era sicura che quell’acqua…avrebbe avuto ragione del suo cielo. Allo stesso modo, ancora oggi:
  Quell’anima monella / che è croce insieme e festa /
e sempre si aspetta che cosa, / o salta nell’acqua piovana / e sguazza annegata nei buchi / 
  che rubano un pezzo di cielo. / O soffia nel vento a scostare / le nubi abbracciate tra loro /
e vola in mezzo alla nebbia…Si accende nei gialli d’autunno…nell’eco dell’aria di marzo. 
  E i sogni semina per strada
  …conserva la caparbia illusione della assoluta chiarità nascosta nel profondo degli esseri umani e delle cose (la tenacia della fede / nel pane sparuto dei cuori), e insieme la meraviglia felice di incontrarne ogni tanto qualche sprazzo sulla via;
       il tutto, senza darsi troppa importanza…Pur riconoscendo, tuttavia, che la vera poesia – come quella di cui ci siamo trovati al cospetto – deve, imprescindibilmente, muovere un’emozione, arrivare al cuore, altrimenti non è poesia.
 
Last Updated ( Sunday, 28 September 2008 00:11 )  

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