Tèfkros Michailidìs, Delitti pitagorici, Milano, Sonzogno, 2006, pp. 269, € 17,50 Mi ha fatto molto piacere trovare in Delitti pitagorici un esteso riferimento a Flatland. A romance of many dimensions di Edwin Abbott, sottolineato, tra l'altro, quale «primo tentativo di presentare la matematica a un pubblico più vasto, attraverso un testo che non si rivolga ai soli
specialisti» (p. 56). Innanzitutto per la nitida definizione che centra una problematica quanto mai attuale. Apre, infatti, innumerevoli fronti di riflessione sui processi di insegnamento ed apprendimento della matematica, Delitti pitagorici, dell'insegnante Tèfros Michailìdis (1954, Atene) al suo primo romanzo: una lettura, dal piglio divulgativo, come si suol dire di un testo che si regge su conoscenze ostiche tradotte in un linguaggio fruibile ai più, generosa di citazioni e fonti bibliografiche non distaccatamente poste in nota bensì raccontate, che, se introdotta in ambito scolastico, potrebbe avvicinare a tale fondamentale materia i nostri studenti, facendo leva su curiosità, ricerca e storia della matematica.
Delitti pitagorici introduce il nostro protagonista e narratore Mihaìl Igherinòs nella cui vita la matematica aveva, in occasione del Congresso Internazionale dei Matematici in corso a Parigi nell'agosto del 1900, «allora un ruolo estremamente significativo», e procede intercalando ragionamenti matematici esemplificati poiché calati fra le necessità quotidiane, a vita privata, ad amori, a conoscenze ed amicizie, rendendo le realtà matematiche facilmente leggibili. Dopo un Preludio che evoca parallelismi tra gli obblighi degli appartenenti all'antica scuola di Pitagora e coloro i quali, in qualsiasi epoca, si sentano pervadere dal naturale desiderio di conoscenza e di progresso, il fatto che il linguaggio matematico divenga linguaggio di comunicazione universale attraverso i secoli, non può che stimolare il Lettore, sia ad incontrare i 23 problemi del famoso matematico David Hilbert (1862-1943) costituenti lo sfondo di Delitti pitagorici, sia ad approfondire alcuni temi, matematici (il teorema dei numeri primi, il concetto di soluzione giusta, il metodo deduttivo, ad esempio) e filosofici, fondamentale il tema dell'amicizia, e non meno degli altri - «la compagnia di Picasso, lui in testa, adorava il cinematografo e dedicava almeno una serata alla settimana alla neonata arte. Il givane pittore spagnolo cercava in questo nuovo mezzo espressivo il modo per comprendere meglio lo spazio» (p.154) - quello dell'arte. Arte, per estensione, diviene la matematica stessa, o meglio, quell'insieme di competenze cui lo studente si avvicina nel proprio percorso di apprendimento, e verso cui l'insegnante prospetta nuovi orizzonti di ricerca teorica e pratica. Competenze che, intendendo la matematica quale ulteriore linguaggio per descrivere e comprendere, e soprattutto per rispondere a necessità e problematiche scaturite dal reale, possono essere interpretate quali conoscenze innate, predisposizioni del matematico, sia egli studente o insegnante, nei confronti delle regole -quando vi sia espressione diviene ancor più «insostenibile» la «prova del silenzio»- cui deve attenersi la materia/linguaggio, la matematica, pura ed applicata. Simbolicamente fuse, competenze e regole, nell'incontro tra bidimensionalità e tridimensionalità, due approcci oggetto di Flatland alla realtà. Traslati a loro volta nel carattere dei due protagonisti, Mihaìl Igherinòs e Stèfanos Kandartzìs , grazie ai quali, oltre che agli artisti incrociati, testimoni di una società in fermento d'inizio secolo, sembra, ad un tratto, che la matematica/conoscenza/sapienza possa divenire un'opinione, un “modus” di vivere, una scelta. Una passione che tutto travolga sorvolando sull'Amore, tralasciando l'importanza dell'Amicizia, omettendo il fondamentale valore della Vita stessa.
Pertanto, fingiamo che ai fruttivendoli interessi quale sia la maniera migliore per disporre arance in modo da risparmiare al massimo lo spazio tra i singoli frutti; cogliamo i discorsi di due giovani studenti greci di matematica intenti ad ascoltare le linee di lavoro individuate dai più famosi studiosi convenuti al Congresso del 1900; seguiamone le perplessità nel loro vivere quotidiano tra donne ed artisti, nella loro solitaria ricerca della soluzione ai problemi di Hilbert inerenti la scienza matematica. Avremo così da una parte la parvenza d'aver individuato il caposaldo di Delitti pitagorici, narrazione -il giallo avvincente promesso nel bollone rosso in copertina appena si prospetta, la soluzione è scontata, il movente è frutto di indicibile solitudine conseguenza di quel, nel senso più figurato del termine, sorvolare (“non tenere conto”, nel senso più ironico, considerando l'argomento matematica) di cui sopra- che muove da questioni inquadrate quali fondamentali anche dagli attuali convegni, e, dall'altra, la certezza d'esser presi da forte nostalgia per un'altra coppia di studenti, quella protagonista dell'ottava novella della decima giornata del Decameron, Sottile l'ironia del Boccaccio nel sottolineare la vera amicizia: due giovani studenti -soltanto per questo, si potrebbe dunque dire, paragonabili ai nostri due matematici- per i quali la passione per la sapienza ha ben più profondo significato.










