
T. Coraghessan Boyle, Se il fiume fosse whisky, Torino, Einaudi, 2001, pp. 222, € 8,78
“Ignaro. Non gnarus, ossia che non sa, vale a dire sine naribus, propriamente senza narici: gli antichi, infatti, usavano il verbo fiutare nel senso di sapere. Ignaro, d’ altra parte, indica due cose, ossia tanto colui che ignora quanto colui che è ignorato” Isidoro di Siviglia
«leggeva, e il suo stomaco precipitava come una crocchetta dentro una palla di grasso sfrigolante.»
E’ un piacere che vorremmo condividere con altri quello di andare fuori a cena una sera e poter parlare di libri e immagini mentre uno zelante cameriere ci propone un assaggio di quel Lagrein che tanto dice al palato. E, sempre conversando e pensando, iniziare a stupirsi per un profumo di pietanza che quasi casualmente, con disinvoltura è stata posta all’ attenzione del nostro senso poiché è il senso e dopo l’intelletto, a creare emozione.
Splendida eventualità: un profumo talmente coinvolgente da costringere a smettere di pensare, a sospendere lo sforzo di passione astratta… ed essere costretti a dire a se stessi che quel profumo emanato dal cibo che ci è appena stato messo sotto il naso, ci sta riportando a quando, da bambini arrivava settembre o ottobre e si bruciava la legna nelle campagne. Per esempio. Per esempio diventare così legati a forme complesse da non riuscire più a riconoscere cosa ci piace e cosa non ci piace. Come la critica gastronomica protagonista di questo sottovalutato e passato inosservato racconto di T. Coraghessan Boyle. Il volume che lo contiene si intitola “Se il fiume fosse whisky” e temo che sia uscito dal catalogo di Einaudi qualche tempo fa.
Il racconto che più mi emoziona e mi diverte è proprio “Fugu Pietoso”, una storia dove c’è qualcuno che si impegna moltissimo senza risultato e qualcuno talmente stupido da passare per genio. Come accade al personaggio ottuso all’inverosimile chiamato “il palato” (tutto un programma, in effetti!)
Il racconto vede protagonista la annosa questione: che cosa è il gusto?
E qui, proprio di gusto trattasi, di gola e di testa. Di corpo, come sempre. Gli interpreti di questa umana messa in scena sono Albert, il cui carattere ansioso è da subito detto. Ansioso ma determinato:
«Lo stesso Albert, allora un ragazzo di dodici anni grassoccio e depresso , bersagliato da lazzi e frizzi a causa della pancetta molle e dall’ insaziabile, inesauribile appetito che lo affliggeva, aveva sperimentato la grande epifania della sua giovane vita proprio a uno dei tavoli del locale buio, fumoso, e – almeno per lui – eternamente esotico, di Udolpho»
Come da subito viene rivelata la grande passione di Albert:
«Quando aveva assaggiato i tagliolini aglio, olio, olive e porcini, l’ ossobuco con le farfalline di pasta intrise dei suoi succhi burrosi, aveva capito, con la stessa certezza che doveva aver posseduto Alessandro il Grande sul proprio destino di conquistatore, di essere nato per mangiare. E che, lungi dall’ essere qualcosa di cui vergognarsi, quella vocazione totale era qualcosa di glorioso, la più alta delle vette del vivere a cui poteva aspirare.»
I miti di Albert, a differenza di figure di campioni sportivi, o star della musica, sono i grandi cuochi. La cucina di un noto ristorante, esattamente quello in cui Albert bambino comprende il suo personale gusto della vita, viene giudicata pessimamente da una delle critiche più in voga al momento, Willa Frank (uhm…suona un poco come William Faulkner…)
«Willa Frank non trovava mai niente di suo gusto. Con dita tremanti – era solo questione di tempo, prima che quella donna si insinuasse come una spia, come una assassina, dentro il suo locale, D’ Angelo, e facesse a fettine anche lui come tutti gli altri – Albert lisciò la pagina e mise a fuoco lo sfacciato neretto del titolo:
DA UDOLPHO: CUCINA TROGLODITA IN UN’ ATMOSFERA DA CAVERNA
Continuò a leggere con il cuore in gola. Willa Frank era andata da Udolpho ben tre volte: la prima in compagnia di un pittore astrattista di Detroit, la seconda e la terza con il suo accompagnatore abituale, un giovane così esigente che Willa non lo citava mai se non come “il palato”»
In realtà, Albert si domanda che cosa voglia questa signora. E la sua non è di certo una domanda retorica. Nel tentativo di confortare il nostro personaggio, la di lui compagna Marie, ipotizza che una altra critica possa arrivare e dare un giudizio positivo. Si tratta di una tal Leonora Merganser della quale, però, lo stesso Albert non sembra avere una grossa stima:
«Leonora Merganser è una che sviene al banco dell’ Hamburger Hamlet all’ angolo, ai tavoli di McDonald’s, dovunque. Che gusto ci sarebbe?»
La compagna di Albert, però, non sembra aver afferrato quanto noi lettori e dunque condannati ad un velato voyeurismo, il sentimento del cuoco appassionato:
«Gusto? Ma noi non dobbiamo provarci gusto, tesoro: noi dobbiamo farci una clientela. O no? Voglio dire, se dobbiamo sposarci e…”
«Willa Frank, - brontolò Albert. - Voglio Willa Frank.»
E il fato accontenta Albert. Una sera in cui l’ elettricità è palpabile tra le persone che lavorano nella cucina (una di quelle serate in cui tutto va storto,) la temuta Willa Frank fa il suo ingresso nel ristorante di Albert. Il suo aspetto è ben lontano da quello che Albert si aspetta:
«una bionda in abito nero da cocktail senza reggiseno, seduta di fronte a un gigante muscoloso coi capelli ossigenati e tagliati a spazzola (…) quel torsolone di fronte a lei, con la mascella quadrata che masticava tranquilla e due avambracci che parevano colonne, quello era il possessore del più esigente, più schizzinoso, più sofisticato, più difficile palato dela città? No, impossibile. (…) Era snella, graziosa, occhi scuri da urì, profusione di gioielli: tutto il contrario di quello che si era aspettato. Si era immaginato un’ elegante signora sulla cinquantina, con le vene a fior di pelle, inamidata, aristocratica, tipo Boston.»
Non mi sembra evitabile a questo punto, ripensare a che cosa potremmo dire tentando di definire “il gusto”; esso è qualcosa di ben preciso e tuttavia si cela volentieri, ama nascondersi e altrettanto adora rivelarsi all’ improvviso. Non risulta che ci siano criteri per prevedere il momento in cui il gusto si mostrerà.
La temutissima critica esce dal locale e Albert, che ha seguito la cena da lontano, osservando:
«-il palato, Jock, come cazzo si chiama, non l’ ha toccato, il vitello, praticamente. Un boccone, forse. Idem per la pasta. Eduardo dice che ha mangiato solo il pane. E si è scolato una bottiglia di birra.
-Cosa vuoi che capisca, - disse Marie. - E anche lei, secondo me, non capisce niente.»
Troppo semplice, però, risolvere così la situazione. Infatti:
«E c’ era Marie, decisa a restare al suo fianco anche se fosse stato costretto a cucinare cactus e lucertole per gli eremiti del deserto. E c’ era lui, nel pieno vigore della sua virilità, esperto, sapiente, ispirato, potenzialmente uno dei grandi artisti dei fornelli della sua generazione. Che cosa gli stava succedendo? Di che cosa si stava lamentando? Voleva Willa Frank. Bene: l’aveva avuta. Ma nella serata sbagliata, il tipo di serata che poteva capitare a chiunque. (…)
Sarebbe tornata. Altre due volte. E lui l’ avrebbe aspettata, non si sarebbe fatto cogliere di sorpresa.»
Per giorni e giorni Albert si prepara e finalmente, Willa Frank si palesa nuovamente:
«perfetta e inavvicinabile (…) gelidamente elegante (…) come poteva sperare, lui, Albert D’Angelo, nonostante tutto il suo talento e la grandiosità d’ animo, di arrivare a commuoverla,a scalfire tanta perfezione, a stimolare papille gustative tanto viziate?
Ferito, guardò il suo compagno. Di fianco a lei, con un sorriso, bello, esuberante, affabile come non mai, c’ era il Palato: non doveva aspettarsi alcun aiuto da quella parte.»
Infatti l’aiuto non arriva, anzi, Albert osserva Willa, il Palato e una coppia di persone in loro compagnia e dall’ aspetto sofisticato. Nessuno tocca un piatto se prima questo non è passato sotto le dita di Palato. Disperazione. I piatti, costruiti con tanto impegno, ritornano in cucina quasi intatti. Resta una terza volta, quella definitiva. Albert comincia a inventare piatti talmente fantasiosi da sfiorare il grottesco:
«La Cuisine des Especes en Danger, l’ avrebbe chiamata. Petto di Condor della California aux chanterelles; perca dorata a la meuniere, medaglioni di panda alla campagnola. Marie fece una gran risata, quando le fece vedere il menu, quel pomeriggio: “Ho inventato una nuova cucina! – gridò Albert, e per un attimo il drappo funebre si sollevò. Ma tornò a coprire ogni cosa con altrettanta velocità.Ora Albert sapeva cosa doveva fare. Doveva parlare con quella donna, con la sua critica più severa, per mezzo del cibo.Doveva tradurre le sue pietanze per lei, svegliarla con un bacio. Ma come? Come poteva anche solo cominciare a destarla dal suo sonno letargico con quello zoticone di mezzo come un cane da guardia?
Si scoprì che la risposta al dilemma era più facile di quanto si potesse immaginare.»
E giunge la terza volta. Albert manda via i suoi collaboratori con una scusa e domanda alla giovane Torrey che cosa potrebbe piacere al Palato. Roba semplice, suggerisce lei. Bistecche bruciate, patate con la buccia… “sai, tipo irlandesi poveri?” Ed è esattamente quello che Albert fa portare al Palato infischiandosene dei piatti ordinati.
Dopo qualche secondo, Albert vede comparire Willa Frank sulla porta della cucina. Evidentemente infuriata e appellandosi al solito “sai chi sono”, tenta di esprimere la sua indignazione ma viene zittita da Albert, o, per meglio dire, dalle cose che lui ha cucinato:
« – Ma perché? – Albert vide danzare davanti agli occhi attoniti di Willa Frank l’ immagine strabiliante di quella bistecca dissacrata. – E’…è come suicidarsi. Un pentolino apparve tra le mani di Albert (…)
Zitta, - disse, alzando il coperchio del pentolino. – Annusi qua. (…)
Lui si accorse del delicato, involontario movimento della sua gola.
(…) Assaggi. Dolcemente, senza mai staccare gli occhi da quelli di lei, prese un anello di seppia dalla salsa e glielo fece dondolare davanti alla faccia (…) Albert la imboccò come un uccellino.»
Mentre Willa Frank degusta, Albert guarda il Palato che ingurgita le patate e la carne. E finalmente domanda a Willa perché proprio quell’ uomo, perché si porta dietro proprio quello?
La risposta potrebbe apparire la dimostrazione di una insicurezza disarmante: “e se sbaglio? E se in realtà è una pietanza mediocre?” E Willa continua a degustare e mangiare, fino a quando:
«Forse è per questo che mi piace il fugu (…) può ammazzare. Paralizzare. Ma se se ne mangia un pezzettino minuscolo, lentamente, anestetizza le labbra, i denti, l’ intera bocca.»
Albert è sconcertato. Lo trova, ovviamente sacrilego.
«Che cosa orribile, - disse. Willa sembrava imbarazzata, umile.
Albert andò e tornò dai fornelli, velocissimo. (…) Assaggi anche un po’ di questo, - disse in tono di lusinga. Willa si battè una mano sullo stomaco e gli fece un gran sorriso: un sorriso largo, soddisfatto. –Oh no, no, Albert: posso darti del tu? No, no, proprio non potrei. – Su, su, solo un pezzettino, - disse Albert, la voce dolce come quella di un amante. – Su, avanti, apri.»










