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Bellomo D., Mare Notte, 2008 - “Ah!, ma Lais! Voilà de l’èrudition” (Questa sì che è cultura) da Molière: tutte le donne del Capitano

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             Donatello Bellomo, Mare Notte, Milano, Mursia, 2008, pp. 262, € 18,00
          Tentando di difendere la stabilità tipica maschile fra la mobilità espressa dalle figure femminili -Isabelle, Pauline, Claudia, Arlette, Tiphaine, e la polena- l’anziano capitano Destouches ed il maturo amico giornalista, a fatica dimostrano “que l’esprit du monde y vaut, sans flatterie, tout le savoir obscur de la pédanterie” (“che l’arte di stare al mondo vale, senza esagerare, tutta la tetra erudizione dei pedanti”), così come Molière vuol che reciti Clitandro (Atto IV, Scena III) ne Les femmes savantes.
          «non badi all’apparenza delle mie buone maniere, sono un rozzo vestito a festa che ha imparato sui transatlantici il riassunto del galateo. Stare al mondo significa restare nel proprio alveo e fare un passo indietro quando occorre, senza declinare a vuoto la parola io.» (p. 149, corsivo dell’Autore), pare abbia detto il nostro Capitano, allora cinquantenne, spaventato dalla forza della Natura che aveva imbrigliato Claudia, innamorata, di venti anni più giovane.
          Alla delicata domanda, What is this thing called love, posta dal jazzista Bill Evans alla quale potrebbe fornire risposta il titolo My Man’s Gone Now - la musica insegna, aiuta a riflettere, tiene compagnia, evoca, qualcuno semmai arriva (p. 46), in fin dei conti non è più tempo di improvvisazioni, bensì di un sicuro e calibrato lay back, metafora di quel stare “un passo indietro”, del saper stare al mondo - non si può rispondere in maniera del tutto antipoetica, come sarebbe in grado di fare la neuropsichiatra americana Louann Brizendine (The female brain, 2007), vale a dire che si tratta semplicemente di una questione di secrezioni di estrogeni. E non di prepotente ed ineluttabile fascino maschile, né di virile apprendre à vivre (insegnare a vivere).
          Si potrebbe, infatti, ribattere alle argomentazioni propense a giudicare il comportamento di Claudia ed il comportamento di Pauline, delle quali le confessioni/testimonianze sono raccolte rispettivamente nella parte centrale e nelle pagine finali di Mare notte dal giornalista italiano/«Maigret della Pianura Padana», che ben poco è dovuto al caso, anzi, che la causa dell’instabilità femminile è prettamente ormonale. Comprendendo quei castelli in aria costruiti dai cervelli femminili colti, ma debilitati dal periodo dell’innamoramento, per i quali vale quanto Crisalo non risparmia a Belisa: «De ces chimères-là vous devez vous dèfaire» («Sono pie illusioni di cui dovrai prima o poi liberarti», Atto II, Scena III, Les femmes savantes). Un periodo che può durare per l’intera vita mutando, trasformandosi da amore, in affetto, o in qualsiasi altro sentimento.
          Si può dire che lo stato neurologico di una donna è incostante, sia simile alla varietà del tempo atmosferico sin dalla fase fetale passando per la fase della maturità sessuale (quella in cui si trovava Claudia, la provinciale ingenua giovane pianista innamorata di Destouches e corteggiata da Jules) caratterizzata dalla ricerca di un compagno per tutta la vita (ciò che sarà Jules), attenzione per i rapporti umani, per l’amore, dalla volontà di conciliare lavoro e rapporti familiari, e terminando nella fase postmenopausa caratterizzata, al contrario, da livelli piuttosto bassi e soprattutto stabili di estrogeni e testosterone, nonché da minor ossitocina, tanto che (come dimostra l’atteggiamento determinato, distaccato della stratega, mascolina, Pauline) l’interesse primario diviene per ogni donna non più in età fertile quello di mantenersi in salute, aumentare concretamente il proprio benessere, accettare o crearsi nuove sfide, in breve, maggior egoismo, minor emotività.
          E’ interessante, pertanto, leggere nelle altre figure femminili di Mare notte dei corollari conseguenti alla portata dei due personaggi femminili principali. Isabelle, la fedele domestica -«Quella non è una domestica. È un rimorso. Non le dico mai dove sono né cosa sto facendo. Se avessi scelto di rendere conto a qualcuno, quotidianamente, mi sarei sposato. Con un’altra.» (p. 12); «la suora mancata, che mi vorrebbe prete per farmi da perpetua» (p. 222)- che sembrava essersi ribellata all’indifferenza di Destouches; la Arlette che ritorna dal marito Pierre imponendosi e cambiandolo; la polena stessa del veliero Memoire, simbolo dello scomodo spirito femmineo, scaldato dal sovraccarico di ricordi ed emozioni in continuo cambiamento e raffreddato dallo scorrere inesorabile del Tempo - «Sono affari nostri come ce la siamo passata oggi la signora e io, troppo comodo inchiodare quattro assi e mandarla fuori dai piedi», (p. 184)-; Tiphaine, figura di donna/figlia che turbina tra le righe del romanzo, con intensità, colpendo, attraverso la propria disarmante normalità, con violenza l’immaginario, dapprima del giornalista trascinato in una ricerca programmata dall’esito predeterminato e gettato nel pozzo di San Patrizio dell’amicizia dove verità e sincerità mai s’incontrano, ed in seguito del Lettore, riportato alla realtà del tema maternità/paternità, vero e proprio ciclone tropicale sulla piatta e comoda routine di molte coppie. Tema, tuttavia, intelligentemente declinato in Mare notte, secondo le circostanze, senza scadere in giudizi, condanne o assoluzioni, in termini di autonomia decisionale della donna affiancata o in contrapposizione al diritto di paternità. Due punti di vista per i quali l’amico giornalista si rende confessore, in alcuni frangenti, testimone di parte, oppure giurato indeciso riguardo chi abbia ragione e chi abbia torto dato che motivi validi fanno pendere o equilibrare la bilancia d’ogni singolo personaggio. Anche esitante, risolutamente e ironicamente neutrale, sul fatto di condannare o assolvere il silenzio.
          «quale strada avrebbe preso la vita di Cédric? Questa è la domanda che Pauline Autissier pone a Pauline Autissier da quasi quarant’anni, certa che non risponderà» (p. 259): il silenzio. Quello spontaneo, quello indotto, quello subito. La testimonianza mancante del marito di Claudia, si ascolta nello spazio bianco tra una riga e l’altra inducendo a pensare che anche per lui, il rassicurante Jules, possa aver avuto una certa fondatezza il pensiero di Deustoches secondo cui «la felicità è solo una parola e che il più delle volte ci si risolve ad accettare che è meglio essere feriti che morti» (p. 155).
          «A cosa brindiamo?»
          «Alle nostre donne bugiarde.» (p. 178).
          Non del tutto inconsapevolmente, oserei dedurre, Donatello Bellomo propone ai Lettori due figure d’uomo simili, per contrapposizione alla confusione femminile, ad una montagna, stabili e cementati alle proprie abitudini, e alle proprie certezze, sebbene erosi, e resi indifesi, dalla solitudine. Una solitudine che reclama affetto e protezione (a scapito della libertà d’essere e di apparire, come nel caso di Pierre), se si teme di chiamarlo amore, che si accontenta, da una parte, di un «Non le chiederò nulla, non dica nulla», (Pauline e il giornalista, p. 85 e p. 251) al gusto pastoso d’alibi, e che, dall’altra, potrebbe finire cancellata, nell’auspicabile proseguimento di Mare notte, dall’amore filiale (Destouches e Tiphaine).
          Offre una notevole quantità di materia su cui riflettere, questo romanzo per il quale Bellomo sceglie di affrontare scelte di vita (Claudia sceglie per la Vita) ed ipotesi di dramma (il lemma aborto non è sostituito da blande circumnavigazioni sintattiche). L’intelligenza quasi materna di Pauline sconfinante nell’errore, nel pregiudizio, nel desiderio di possedere Destouches e di volerne il bene a tutti i costi tanto da muovere i fili di quanto lo attornia (vedi sostituzione della macchina fotografica Minox, azione che intranella l’emotiva, insicura Claudia, o, più tardi, la costante attenzione, da parente lontana, alla crescita di Tiphaine, senza contare o sospettando che parlarne avrebbe sortito un effetto non arginabile) allo stesso modo di Filaminta, madre di Enrichetta e Armanda, ne Les femmes savantes di Molière, la quale vorrebbe imporre, per il suo bene, il marito colto e filosofo, che tanto le piace e sente affine a sé, alla prima figlia senza contare sul fattore amore. Perché molto più che ne Les prècieuses ridicules (Preziose ridicole), testo varie volte citato in Mare notte, quale cono interpretativo e di sicura ispirazione a Bellomo per i tratti peculiari di Claudia («inadeguata e provinciale», p. 151) parallelismi possono rintracciarsi proprio con Les femmes savantes, uno dei testi più maturi di Molière, uno degli ultimi, tra i più interessanti per la tematica approfondita e affrontata per scelta da parte del commediografo Reale, in cui le contraddizioni apparentemente inconciliabili dei personaggi femminili altro non servono che ad affrontare il filone tematico, in particolare del matrimonio, del ruolo della donna nella cultura, nella famiglia, nella società, osservato dal pulpito maschilista e dai non meno spietati balconi femministi (del Seicento come del XXI secolo).
          Questo e tanto altro in Mare Notte, tra citazioni cinematografiche e una semina di titoli di brani musicali adatta alla colonna sonora d’una trasposizione su schermo del romanzo: non vi è alcuna morte cruenta, non vi è alcun efferato crimine -dispiace per la svista alla sesta riga di p. 217, e alla quarta di p. 227- soltanto, diranno alcuni, filosofici pugni («Una volta gli ho detto che un’amica si sarebbe sposata. “Contro chi?” mi ha chiesto», p. 153, corsivo dell’Autore) nell’umana consapevolezza che pur sapendo stare al mondo, superate le avversità e gli arrembaggi quotidiani pure di chi dice d’amarci, arriverà il momento dell’SOS finale cui nessuno sarà in grado di rispondere.

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