Attilio Micheluzzi, Petra chérie, Milano, Milano Libri Ed., 1982, pp. 134, L. 15.000 (attualmente fuori commercio, benché disponibile in diverse librerie antiquarie)Quella a cui facciamo riferimento è, quindi, la prima edizione in volume delle avventure dell'eroina creata dalla fantasia di Attilio Micheluzzi, i cui lineamenti, ed il taglio dei capelli in particolare, ricordano l'attrice statunitense Louise Brooks -la fatale protagonista di Lulù, un film muto del 1928 di Georg Wilhelm Pabst- che è stata modello per un'altra protagonista del fumetto italiano, la Valentina di Guido Crepax, oltre ad ispirare numerose figure femminili presenti in molte altre narrazioni (ad esempio, alcune avventure di Corto Maltese). Un riferimento colto che accomuna due grandi figure della letteratura disegnata -secondo Ugo Pratt- ma le cui radici risalgono sino alla penna di Frank Wedekind ed al suo personaggio, Lulu, presente nelle tragedie Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora. E' il mito tragico e moderno della “Donna fatale” ripreso ed ampliato in molte opere artistiche, quasi ad evidenziarne la pervasività modaiola di quegli anni (in modo particolare negli stati uniti e nella élite colta e potente della vecchia Europa).
La Petra di Micheluzzi si muove attraverso la prima guerra mondiale come una sorta di Mata Hari (altro simbolo femminile), e con essa condivide molte caratteristiche, tra le quali una famiglia internazionale, nel caso di Petra potremmo dire mitteleuropea (padre polacco e madre francese, mentre Mata Hari ebbe il padre olandese e la madre di Giava). L'esito delle due vicende, però, è ben diverso giacché il nostro personaggio sopravviverà alla guerra, mentre la donna reale terminerà la sua storia di fronte ad un plotone d'esecuzione francese.
Il volume inizia con un escamotage narrativo; Petra, in prima persona, narra la sua storia per soddisfare la perentoria richiesta di Micheluzzi (rappresentatosi seduto su una poltrona, probabilmente di vimini, con un lungo sigaro nella mano sinistra), ma lo fa malvolentieri. Ciò nonostante parla, “io l'amo, è il mio creatore... dopo tutto, se esisto è anche merito suo... je lui dois beacoup...” La battuta dell'alter ego di Micheluzzi appare, in realtà scontata (e alla fine della narrazione, fuorviante): “Ma perché tu dia la sveglia alla gente qualunque...” Tuttavia, si attiva in questo modo un dialogo continuo tra disegnatore e protagonista, di cui il lettore è continuo osservatore e, talvolta, parte in causa.
Petra appartiene ad un mondo ben diverso da quello che affonda nelle trincee, in qualche modo molto lontano dalla massa dei sofferenti provocata dalla prima guerra mondiale. Parla sei lingue, è raffinata, ricca, spericolata, indipendente, moderna, emancipata; guida l'areo, l'automobile, sa sparare (qualche volte uccide), incontra uomini importanti e realmente esistiti. Un personaggio così non avrebbe mai potuto esistere nella realtà quotidiana, oppure avrebbe dovuto avere in sé i tratti dell'eccezionalità ed è questo, probabilmente, che ha affascinato il nostro disegnatore. In altre parole, attraversa la realtà quotidiana senza inciderla, ma trascurandola: per chi avrebbe dovuto essere d'esempio la vita di Petra? Appartiene, in sé, ad un mondo decadente da cui è in continua fuga e lo combatte per non essere travolta dal suo crollo.
Non voglio entrare nel merito della storia, i cultori la conoscono ed i neofiti hanno il diritto di scoprirla pagina dopo pagina. Va detto che si tratta di una narrazione attenta ed attendibile. Certamente Micheluzzi si è ben documentato sui mezzi, sugli abiti e, almeno in termini generali, sui luoghi. Il tratto chiaro e limpido di Micheluzzi assume una grande carica espressiva in queste tavole in bianco e nero. Una soluzione adeguata alla storia, non solo determinata dal periodo, gli anni Ottanta, in cui il colore aveva un costo decisamente alto. Per essere più precisi è necessario sottolineare che non si tratta di una vicenda cupa, ma l'assenza di colore ci proietta continuamente nella densità emotiva della prima guerra mondiale e, allo stesso tempo, mantiene costante la tensione narrativa, nonostante gli sbalzi di luogo più che di tempo. Con questo non voglio dire che vi sia un evidente iato nei tempi morti, piuttosto alcuni passaggi della vicenda vengono lasciati scientemente oscuri, “non insistete... un giorno, forse, vi racconterò”, che lasciano aperte porte per futuri inserimenti.
Pertanto, mi limiterò a sintetizzarne i passaggi principali: ha inizio nel 1917 sulle trincee delle Fiandre a bordo di un Sopwith Camel, prosegue in Istria, poi in Montenegro e subito dopo sul Bosforo, a Costantinopoli, per terminare o, meglio, sospendersi sulla strada per Aleppo, sul dorso di un cammello. Durante questo itinerario Petra incontra numerose comparse e alcune figure di secondo piano che danno spessore morale alla storia narrata da Micheluzzi. Il Feldwebel delle Fiandre, il piccolo conte Augusto, il capitano Lekovi, Drina Bacovica, Yussuf, il capitano Schneider Falkenhoff, non tutti sopravvissuti all'incontro con questa donna fatale che si muove attraverso le tavole senza il piglio della protagonista. Al contrario, sembra essere trasportata dagli eventi, giacché non segue un itinerario preciso né in alcuna parte della narrazione sembra esservi traccia di qualche programma. Petra combatte la sua guerra personale e, almeno apparentemente, casuale contro gli imperi centrali senza alcun collegamento organico con i servizi segreti alleati.
Questa, però, è solo la prima parte di una narrazione che prosegue con altre puntate.

